Educazione alla Follia

Educazione alla Follia

Storie, racconti, esperienze e parole sulla malattia mentale...
Giu 12 '12
L’Emilia è quel pezzo di TERRA voluto da DIO per permettere agli uomini di costruire la FERRARI. Gli EMILIANI sono così. Devono fare una macchina? Loro ti fanno una FERRARI,una MASERATI o una LAMBORGHINI.Devono fare una moto? Loro costruiscono una DUCATI. Devono fare un formaggio? Loro si inventano il PARMIGIANO REGGIANO.Devono fare due spaghetti? Loro mettono in piedi la BARILLA. Devono farti un caffè? Loro ti fanno la SAECO. Devono trovare qualcuno che scriva canzoni? Loro ti fanno nascere gente come Dalla,Morandi,Vasco,Liga. Devono fare 4 piastrelle? Loro se ne escono con delle maioliche!Sono come i giapponesi,non si fermano,non si stancano,e se devono fare una cosa,a loro piace farla bene e bella,e utile a tutti.Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto?…Loro alla fine faranno cattedrali.
— Ricordo il numero solidale 45500 per donare due euro destinati alla ricostruzione dell’ Emilia. (via umaneemozioni)

(Fonte: iamtheheroofmystory)

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Giu 12 '12

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Maggio 31 '12

Gregoire Ahongbonon e l’Ass. Jobel - La liberazione dei malati mentali della Costa d’Avorio

Qui sotto trovate due video (parte uno e parte due), sulla situazione dei malati mentali in Costa d’Avorio e sull’associazione San Camille (e in Italia Ass. Jobel), che guidata da Grégoire Ahongbonon (dal 1983) libera, cura, aiuta e sostiene i malati mentali.

L’associazione “Jobel” prende il nome dal termine ebraico col quale si denominava il corno di montone suonato per annunciare il giubileo ebraico, una solenne festa del popolo d’Israele. L’associazione si occupa di sostenere l’opera di Grégoire Ahongbonon, cioè l’Associazione San Camillo, che si propone di liberare, aiutare e riabilitare i malati mentali in Costa d’Avorio.

Grégoire Ahongbonon nasce a Ketoukpe, un piccolo villaggio del Benin al confine con la Nigeria, il 10 gennaio del 1953, da una famiglia di contadini. Da piccolo viene battezzato e trascorre la sua infanzia nel villaggio natale. Nel 1971 emigra in Costa d’Avorio per lavorare come riparatore di pneumatici.
Conosce, negli anni successivi, un periodo di prosperità economica che lo porta a diventare proprietario di alcuni taxi.
In questo tempo abbandona completamente la Chiesa Cattolica ritornando alle pratiche feticiste ed abbracciando uno stile di vita libertino. Verso la fine degli anni settanta conosce gravi disavventure finanziarie che lo porteranno al fallimento economico e personale fino a condurlo sull’orlo del suicidio.
E’ in questo periodo che Grégoire sperimenta un incontro profondo con Dio e si riavvicina alla Chiesa Cattolica partecipando, nel 1982, ad un pellegrinaggio a Gerusalemme nel corso del quale una frase pronunciata dal sacerdote lo toccherà profondamente:

"ogni cristiano deve posare una pietra per costruire la Chiesa"

Questa frase, in un animo sensibile e reso ancor più consapevole dalla grave crisi personale, cambia letteralmente la sua vita. Grégoire, infatti, rientrato a Bouaké, si accorge di una persona che vaga nuda per strada alla ricerca di cibo, le si avvicina e si rende conto che è un uomo malato di mente che a causa della sua condizione è stato emarginato dalla società. Comincia così ad interessarsi alla causa delle persone affette da disturbi psichici, scopre le condizioni disumane in cui vivono in Africa Occidentale dove si crede siano colpiti da stregoneria. Si rende conto che l’incatenamento e l’abbandono nelle strade di questi individui sono pratiche diffuse ed accettate dalle comunità locali. Grégoire decide così di dedicare la sua vita alle persone affette da disturbi psichici e agli emarginati dalla società ed inizia a liberare dalle catene ed a raccogliere dalle strade le persone con problemi mentali.
Ritornato a Bouaké, in Costa d’Avorio, avvia un gruppo di preghiera che ben presto si trasformerà in un gruppo di carità per i malati bisognosi di cure: è l’Associazione S. Camillo di Bouaké.
Ogni altra informazione a riguardo la troverete al sito www.gregoire.it .

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Maggio 31 '12

Parte 1 - Gregoire Ahongboon

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Maggio 31 '12

Parte 2 - Gregoire Ahongbonon

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Maggio 31 '12

Il bacio della malattia mentale

Vi propongo il testo di una lettera di un malato mentale, mi ha lasciato affascinato, stupito e colpito, suscitando in me diverse riflessioni. Spero che provochi in voi altrettanta riflessività.

CARI AMICI !

MA VOI MI SIETE AMICI ?

NON LO SO.

PERCHE’ DA PIU’ PERSONE MI E’ STATO DETTO CHE IO CON IL MIO BRUTTO CARATTERE ALLONTANO DA ME LA GENTE !!

ECCO ALLORA CHE I MIEI UNICI AMICI SONO QUELLI IMMAGINARI ED INVISIBILI, CON I QUALI SCAMBIO LE MIE IDEE.

A DIRE LA VERITA’ ASCOLTO ANCHE LE LORO, POICHE’ LA SCHIZOFRENIA CONSISTE PROPRIO IN QUESTO, NELLO SDOPPIAMENTO DELLA PERSONALITA’.

GLI ESPERTI IN PSICHIATRIA UTILIZZANO QUELLA DIFFICILE MA AFFASCINANTE PAROLA “ DICOTOMIA “ DELLA IDENTITA’.

DICOTOMIA : DICO, TOH, E’ MIA LA MALATTIA MENTALE, NON E’ TUA.

E MENO MALE CHE E’ MIA, COSI’ E’ MIA ANCHE LA PAZZIA.

SIAMO DESTINATI NOI A NON ESSERE AMATI DA NESSUNO !!!!

PER NOI MALATI MENTALI NON VALE IL COMANDAMENTO DI GESU’ : “ AMA IL PROSSIMO TUO COME TE STESSO “, DATO CHE A NESSUNO SIAMO PROSSIMI, A NESSUNO SIAMO VICINI, POICHE’ LI ALLONTANIAMO TUTTI,  NOI.

ED ALLORA E’ MEGLIO ANDARSI A COMPRARE IN UN NEGOZIO DI OGGETTI SACRI UN BEL CROCIFISSO SOFFERENTE E SANGUINANTE E TENERCELO SUL CUORE, PERCHE’ LUI SI’, CI E’ PROSSIMO.

HA MANI E PIEDI INCHIODATI ALLA CROCE ED HA BISOGNO ANCHE DI NOI MALATI MENTALI, POICHE’ SE LA NOSTRA MENTE E’ INSANA NON LO SONO LE NOSTRE MANI E I NOSTRI PIEDI, DI CUI IL DOLCE GESU’ SI SERVE PER CAMMINARE, SCRIVERE, ACCAREZZARE, LEGGERE UN LIBRO, LAVARE UN PIATTO, CUCINARE, PULIRE LA CASA.

ECCO ALLORA CHE RITORNIAMO AD ESSERE UTILI !!!!!!

PER LA SOCIETA’ E’ UTILE SOLO LA NOSTRA PRODUZIONE IN TERMINI DI EFFICIENZA MA COME PERSONE SIAMO CONSIDERATI DEI PAZZI.

CI SONO DEGLI INTERPRETI PAZZI CHE TRADUCONO MOLTO BENE DA UNA LINGUA ALL’ALTRA, PROPRIO PERCHE’ SONO PAZZI.

PER ALCUNE PROFESSIONI ESSERE PAZZO E’ LA CONDITIO SINE QUA NON.

DOVREBBE ESSERLO ANCHE PER FARE IL SACERDOTE, PERCHE’ PERDONARE LE OFFESE, AMARE GLI ALTRI FINO AL SACRIFICIO DELLA PROPRIA VITA E’ CONSIDERATO UNA FOLLIA, COSI’ COME E’ FOLLIA PRENDERE LA PROPRIA CROCE SULLE SPALLE E CAMMINARE, CAMMINARE E CAMMINARE.

LA MIA CROCE LA SENTO LEGGERA, PROPRIO PERCHE’ SONO PAZZO E NON ME NE RENDO CONTO.

QUINDI PER ESSERE PRETI BISOGNA ESSERE DEI PAZZI”.

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Maggio 25 '12

L’educazione va in scena!!! Il Teatro Sociale: strumento educativo e vettore di emozioni.

umaneemozioni:

L’educazione va in scena!!! Il Teatro Sociale: strumento educativo e vettore di emozioni.

Chi va in scena non ha l’aspirazione di sfondare nel mondo dello spettacolo, ma sente il bisogno di comunicare qualcosa di sé alla gente, interpretando un ruolo semplice, ma allo stesso tempo il più complicato di tutti: SE STESSI!

Il Teatro Sociale viene usato, in Italia e nel mondo, nelle scuole, nelle carceri, nei centri di aggregazione, con le persone diversamente abili, nelle istituzioni e nei servizi sociosanitari, in progetti psicosociali e di integrazione socioculturale….

[ leggi l’articolo originale]

(Fonte: nemoprofeta.com)

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Apr 14 '12

Questa canzone, Bring me out, è di un gruppo musicale di nome White Noise.

Il testo della canzone è il racconto della disperazione che porta alla pazzia.

La canzone è stata ispirata dalla storia di un uomo, che non riuscendo a sopportare la perdita della compagna a seguito di un incidente stradale, impazzisce per la rabbia e il dolore.

Buon ascolto.

"I wake up and I want you

and you are in my mind

I wake up and i need you

and it’s you, that I can’t find

And I sing every day

And I dream every night

I dream a life with you

Because I want you

AND I NEED YOU

AND I FEEL YOU

BRING ME OUT

I say it to god in sky

I say it to sky, I pray

I listen to The voice

The voice of Unforseen

And he listen to me

Yeah, he listen to you

And I sing, even if i cried

When he broke my life

AND I NEED YOU

AND I FEEL YOU

BRING ME OUT

Hey, hey friend

Listen to me…

This is a story, not a prayer!

This is true, in my mind.

HEY HEY HEY…

AND I NEED YOU

AND I FEEL YOU

BRING ME OUT

Listen to me when I say you, when I tell you, when I pray you…when I eee..

It’s to Revange, Desire, it’s time to get us out of mire… yeeehh

AND I NEED YOU

AND I FEEL YOU

BRING ME OUT “

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Apr 14 '12

Giulia e i folli…

La follia.

Che cos’è la follia?

Come si impazzisce? Che cosa scatena nelle persone la follia?…

Ho una storia da raccontare.

L’altra sera mi è capitato di incontrare una persona che, come tante altre, ha la convinzione (cinematografica e assolutamente superficiale) che la pazzia renda “speciali” le persone che la ospitano.

Che cosa significa “speciali”? Forse diverse? O migliori?

Il significato che questa persona attribuiva a questo termine era assolutamente positivo; nossignore, questa non è la storia di un altro caso di discriminazione dei malati mentali.

O forse si. Forse si tratta di una “discriminazione positiva”.

Esatto, perché si sta diffondendo la convinzione (soprattutto tra i giovani ma non solo) che la pazzia sia una cosa molto “allegra” in fin dei conti. Sì, i matti esistono, esistono quei “pazzi cattivi” che ammazzano la gente, ma la maggior parte dei folli in fin dei conti “vive in un mondo tutto suo”, fantastico, bello e pieno di fiori, dove loro sono felici.

Ovviamente per rendere l’idea sto estremizzando, ma il pensiero che si è fatto strada in alcuni è questo, per quanto possa sembrare assurdo.

La persona con cui ho parlato (che per praticità chiamerò Giulia) ovviamente non ne sa nulla della vera realtà della malattia mentale, tuttavia continuava a esporre la sua convinzione apertamente, e quando si è trovata di fronte alla mia perplessità ha reagito come chi sta parlando di qualcosa di ovvio, che non è possibile contestare!

Inizialmente cercai di spiegare a Giulia che lavoro da anni nell’ambito della salute mentale e che le cose non stanno così come lei credeva, che la realtà è diversa. Lasciai poi cadere la cosa convinto che fossero soltanto sciocchezze dette per ignoranza.

Spostandoci con altri amici per la cena però il discorso riemerge, il dibattito si accende, e scopro con estremo terrore che la mia posizione è in netta minoranza all’interno del gruppo di ragazzi.

Sono il primo a sostenere che generalizzare l’intero fenomeno della follia non è possibile, dire cioè “la follia è…” è decisamente fuori luogo. Tuttavia in una tranquilla sera di Aprile mi sono ritrovato di fronte a diversi ragazzi (tra i 20 e i 25) quasi tutti con la medesima convinzione “Certo, la follia in certi casi può essere negativa, ma alla fine sono persone che vivono in un mondo che è nella loro testa, e ci stanno bene. E poi si sa, tutti i migliori sono matti”…

TUTTI - I - MIGLIORI - SONO - MATTI.

Ma che cosa vuol dire?!

Sapete da dove arriva questa “brillante” citazione? Dal film “Alice in Wonderland” di Tim Burton:

Alice “Pensi che stia diventando pazza?”
Il Padre “Temo di si, sei assolutamente svitata!…
Ma ti rivelo un segreto…Tutti i migliori sono matti!” ”

Proseguono citando film più apprezzabili come “Forrest Gump” e “Rain man”, mostrando come i protagonisti di questi sceneggiati “dimostrino” la loro teoria.

Alcuni nemmeno sapevano che i manicomi fossero chiusi, altri ancora non avevano idea che esistessero delle nuove strutture create appositamente per queste persone.

Poche idee e ben confuse insomma.

 

Di fronte alle loro assurde convinzioni allora decido di parlare della mia esperienza personale con i malati mentali…

Racconto ciò che ho visto, e continuo a vedere, da 4 anni a questa parte.

Racconto storie apprese da colleghi che lavoravano nell’ambito della salute mentale quando chiusero i manicomi.

Racconto di come nessun folle si senta “migliore”, e di come si legga, nel profondo dei loro occhi, una sottile consapevolezza della loro condizione.

Racconto di folli che ti chiedono quando guariranno, e con gli occhi spenti di chi soffre ti chiedono aiuto.

Racconto di folli che ho visto piangere, mentre si accorgevano che poco prima quello che avevano visto e sentito non era reale.

Racconto di folli: violenti, stanchi, schizofrenici, depressi.

Racconto dei loro interessi, dei loro sogni, delle loro fantasie.

Racconto del mio lavoro.

L’ignoranza e l’alterata percezione delle cose.

Giulia non conosceva, e l’idea che si era fatta era sbagliata.

Le citazioni così frequenti alla realtà virtuale (film, tv, immaginario…) mi hanno fatto riflettere sul fatto che oggi la conoscenza è sempre più mediata dalla virtualità.

Le nostre idee passano inevitabilmente per questa realtà, tuttavia sono rimasto colpito dalle resistenze delle persone con cui mi sono scontrato, nonostante il fatto che avessi portato loro una conoscenza invece diretta, frutto dell’incontro reale con donne e uomini reali, una conoscenza fatta di esperienze e di vissuti personali…

Credo che la vera conoscenza stia dentro una relazione (reale), dentro ad un incontro con l’altro e non può prescindere da questi presupposti.

L’ignoranza quindi, in questo caso, non è che l’assenza di relazioni reali e di un’educazione che aiuti a cogliere in queste relazioni la verità. Questa sorta di “educazione alla verità” è a mio parere indispensabile per chi diviene educatore o per chi in futuro si occuperà delle forme di aiuto alla persona.


Concludendo…

Si può leggere la storia di Giulia pensando che io abbia incontrato le persone sbagliate, delle persone ignoranti che non fanno testo, e che abbia fatto tanto rumore per nulla.

Oppure?

Oppure si può leggere questa storia come un campanello d’allarme.

In breve se l’ignoranza e il relativismo portano i giovani a pensare che, estremizzando, la malattia mentale non sia una vera e propria malattia (e se dal lato completamente opposto troviamo alcune situazioni dove invece c’è una progressiva medicalizzazione* della patologia) diventa difficile immaginare quale sarà il futuro dell’ambito della salute mentale tra vent’anni. Quali saranno le modalità di intervento sui casi di malattia mentale tra qualche decennio? Quali prospettive possiamo offrire ai malati mentali per il futuro?

Che risvolti avranno, nelle future forme di aiuto, queste “conoscenze ignoranti” della realtà e della verità delle relazioni? 

Mi rendo conto di aver elaborato un quadro inquietante e impreciso, dettato soprattutto dalla mia ultima esperienza di confronto con giovani della mia età. L’argomento però mi ha coinvolto profondamente e mi ha interrogato più profondamente di quanto mi aspettassi inizialmente.


*Chi agisce sulla malattia lo fa sempre più con i farmaci e sempre meno con un’azione educativa/preventiva.

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Apr 13 '12
La sala delle agitate - Signorini

La sala delle agitate - Signorini

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